THE MUZIK DON'T WORK WITH RICHARD ASHCROFT

THE MUZIK DON'T WORK WITH RICHARD ASHCROFT

[img src=/data/rubriche/48cqe0cpmajapzhuipk71142377876.jpg alt=Immagine align=sx>La ricerca di Richard Ashcroft continua. Anticamente (quanti anni sono passati?) condotta con il rock magnetico dei Verve, la sua analisi visionaria e ambiziosa del genere umano si è evoluta nei dischi solisti "Alone With Everybody" (2000) e "Human Conditions" (2002), baciati da alcune canzoni straordinarie ("A Song For The Lovers", "Check The Meaning"), ma lontani dai fasti del passato. Troppo autocompiacimento, troppa concettualizzazione, troppa complessità creata con gli artifici di arrangiamenti stratificati fino all'eccesso.
Se il pubblico non ha gradito, concedendogli vendite solo accettabili, l'amore per il personaggio e l'uomo, scostante e geniale, non è mai scemato. Almeno in Inghilterra Richard è una stella, forse solo un po' appannata, rilanciata alla grande dall'uscita di Chris Martin che al Live8 l'ha definito "Il più grande cantante del mondo" e da una serie di concerti affollatissimi. Ovvio che per il nuovo "Keys To The World", costato anni di lavorazione, le attese fossero febbrili.
Il disco parte come meglio non si potrebbe. "Why Not Nothing" è una sferzata rock, incalzante e fremente di un vigore che fa subito vibrare le antenne dell'ascoltatore. Oh, wow, Richard è davvero tornato. E invece no, perché già la seconda traccia ammoscia l'entusiasmo: "Music Is Power" (brutto titolo) batte territori Motown e sciorina un pop/soul sofisticato e grondante di archi, così sofisticato e grondante di archi che nemmeno un sample di Curtis Mayfield riesce a rendere del tutto commestibile. E allora, qual è la verità su questo disco?
"Keys To The World" appartiene pienamente alla categoria dell'easy listening, di quel pop di classe e dal tocco autorale che prende lezione dagli anni Sessanta e Settanta. Richard gioca con i generi e le fonti, prende dal rock romantico degli Stones e dal soul, innaffia tutto di arrangiamenti lussureggianti (fortunatamente meno esasperati di quelli di "Human Conditions") a base di archi, clavicembali, pianoforti e sassofoni. Così, si passa dalla ballatona-che-invita-al-coro "Words Just Get In The Way", con tanto di mani che battono, allo splendido e malinconico singolo "Break The Night With Colour", dalla verviana "Cry Til The Morning" fino al miele esageratamente dolce di "Sweet Brother Malcolm" e "Why Do Lovers?", a rischio per i diabetici. Costruita su un campionamento vocale gospel e su una tessitura di synth, la titletrack ha toni melodrammatici e suggestivi: non è una delle cose migliori della carriera di Ashcroft, ma almeno devia dal corso medio del disco. In "Simple Song", finalmente, torna a pulsare il brit-pop di razza. Chiude "World Keeps Turning", un perfetto esemplare da classifica, nel bene e nel male.
Richard canta sempre benissimo: la sua voce è ormai una delle più espressive della musica inglese contemporanea, e su questo non si accettano obiezioni. Nemmeno la classe è in discussione: pochi altri sanno trovare melodie come riesce a fare lui, e la qualità degli arrangiamenti è sempre di fattura finissima. È l'ispirazione, forse, a mancare. Ce n'è a sufficienza per tre o quattro canzoni di bellezza quasi cristallina; per la durata di un disco intero, invece, il talento di Ashcroft sembra un po' usurato.
Pur dignitoso e raffinato, "Keys To The World" non è il classico che con fiducia attendevamo e che forse Richard pensa di aver composto (il suo ego è tanto seducente quanto smisurato). Per la vera grandezza, appuntamento rimandato.
FROM MTV!!!!
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