Calcutta a Rock in Roma riscrive il "galateo" dei concerti

Calcutta a Rock in Roma riscrive il "galateo" dei concerti

Dei tanti musicisti che negli ultimi anni sono riusciti a farsi notare alla vecchia maniera, solo con il supporto di un'etichetta discografica e senza partecipare ad un talent show, Calcutta e pochi altri sono riusciti a salire sempre un gradino in più, invece di riutilizzare lo stesso suono e le stesse dinamiche, perdendo credibilità e diventando col tempo i sosia di se stessi.


 

Vedendolo dal vivo in concerto, questa crescita, che si sente già dal suo ultimo album Evergreen e dalle canzoni che ha firmato per altri artisti (Se piovesse il tuo nome, ad esempio), è ancora più palese. Apparentemente non c'è ricercatezza nelle immagini: lo schermo dietro di lui proietta disegni con tratti quasi infantili, font sgraziati e foto sbagliate sulla grafica di Windows 98; una voce registrata recita senza emozioni frasi come “benvenuti a questo concerto”; le quattro coriste indossano una maglietta bianca con una lettera ciascuna per formare la parola “coro”, e lui ha lo stesso cappello e la solita maglietta sdrucita addosso. Tutto per rispettare quell'accezione di indie che lui stesso ha contribuito a definire: indie come nostalgico, semplice e grezzo, nello stile come nella musica. E siccome siamo tutti nostalgici, anche e soprattutto di epoche mai vissute, ci sentiamo a nostro agio in questo contesto.


 

Poi parte la musica e ad ogni canzone il pubblico canta con maggiore entusiasmo, perché è una hit dopo l'altra, da Briciole, con il suo special romantico e sognante e quel testo facile quanto profondo, a Kiwi, Orgasmo, Cane (che si trasforma in un omaggio a Se tu non torni di Miguel Bosé), Rai, Cosa mi manchi a fare, Del Verde, Hubner, Saliva, Paracetamolo, Nuda Nudissima, Milano, Gaetano, Limonata, Pesto e Frosinone. Nel passaggio in acustico, quello che lui chiama “momento cabaret”, cioè quando canta accompagnato solo dalla chitarra e ogni tanto dalle coriste, fa dei pezzi più vecchi, come Amarena e Le Barche, senza osare arrangiamenti nuovi, creando un'atmosfera simile ad un falò sulla spiaggia. Poi arriva la fine e invece di uniformarsi alla solita tiritera esci-aspetta la reazione del pubblico-rientra a sorpresa, anticipa il pubblico facendo sentire la voce campionata di un suo amico che canta “se non ci fai l'ultima, noi non ce ne andiamo”. Ridicolizza queste forzature, le vince e si concede senza aspettare richieste, esaudendole tutte prima ancora che vengano fatte. Perché in fondo a cosa servono tutte queste cose, quando hai i pezzi?


 

calcutta, rock in roma

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